Terry Eagleton, da Red Pepper, settembre 2005

terry eagletonLa maggior parte degli stati politici affonda le proprie origini in forme di terrore, scrive Terry Eagleton, ma questo processo di fondazione viene relegato nell’inconscio politico. Soltanto attraverso il confronto e l’analisi di queste forme di terrore, e non attraverso la sola repressione, possiamo sperare di riuscire a superarle e lasciarcele alle spalle.

Molti elementi tra quelli che classifichiamo tradizionali, il Kilt scozzese, ad esempio, sono equamente contaminati da elementi contemporanei e questo è valido anche per il terrorismo. Ovviamente gli esseri umani sono stati impegnati a massacrarsi a vicenda sin dalla notte dei tempi. Ma il terrorismo è anche un concetto politico, che non corrisponde esattamente a far saltare in aria i propri vicini perchè tengono la tv troppo alta. E questo concetto è sorprendentemente recente.

Come molti altri elementi del mondo moderno, l’alba del terrore è da ricercare durante la Rivoluzione Francese. È dal terrore Giacobino che ereditiamo infatti il termine terroriste, e il suo corrispettivo inglese, terrorist, fu probabilmente un’opera di traduzione realizzata dal maggiore oppositore britannico alla stessa rivoluzione, Edmund Burke.

In qualità d’Irlandese i cui predecessori avevano lottato contro la colonizzazione e avendo frequentato, da bambino, una scuola a cielo aperto in County Cork, Burke sapeva con esattezza un paio di cose sul terrore. Il termine stesso non poteva fare a meno di evocargli le immagini delle pubbliche esecuzioni dei ribelli Irlandesi presso il Dublin Castle, non solo dunque la ghigliottina. Ma le sue riflessioni riguardavano chiaramente anche quello strumento, dal momento che dal suo punto di vista ciò che i Giacobini francesi stavano perpetrando era più o meno lo stesso errore commesso dagli Inglesi in Irlanda, in India e nelle Colonie Americane.

La sinistra tende a liquidare Burke come un Tory incallito, sebbene in realtà egli fosse d’orientamento liberale. Prese coraggiosamente posizione per l’indipendenza delle colonie Americane nonostante le accese proteste degli altri costituenti e, in un eccezionale processo presso la Casa dei Comuni, braccò senza pietà Warren Hastings, a capo della Compagnia delle Indie Orientali e rappresentante dell’imperialismo britannico nel sub-continente. Quindi Burke non si oppose alla rivoluzione Francese nei termini in cui lo avrebbe fatto un vecchio conservatore. Piuttosto, egli ravvisò in quegli eventi il disastroso crollo dell’egemonia politica, reputando inoltre che questa fosse la medesima intima ragione che aveva decretato il fallimento Britannico in alcune delle maggiori colonie.

Del resto Burke non era nemmeno contrario ad una ponderata dose di terrore. Al contrario, era sufficientemente onesto da ammettere che la legge stessa fosse in qualche modo terroristica, carattere a suo avviso imprescindibile per garantirne l’efficacia. Solo in questo modo, infatti, poteva preservare il proprio potere intimidatorio nei confronti degli individui che le erano soggetti e mantenerli in uno stato di accettabile rispetto dei propri dettami. Senza questo livello di sottomissione, l’inferno sarebbe potuto esplodere a Londra così come era accaduto a Parigi.

A suo avviso, dunque, il terrore non era un’improvvisa eruzione di violenza in una situazione altresì pacifica, dal momento che la stessa legge che garantiva l’ordine era animata da un’indiscussa componente terroristica. Questa convinzione, unita alla diretta esperienza della brutalità Britannica in Irlanda, sostanziò l’idea di Burke che per essere effettivo il potere coercitivo della legge dovesse essere in qualche modo temperato e moderato. Il consenso popolare, non solo la potenza intimidatoria, era indispensabile.

Antonio GramsciQuesto è esattamente ciò che più tardi Antonio Gramsci definirà egemonia. A Burke forse mancò il termine esatto, ma mise a fuoco il concetto con puntualità. Riteneva, ad esempio, che l’aristocrazia Anglo-Irlandese nella sua terra natale avesse fallito la transizione da classe dominante a classe egemone. I piccoli coltivatori Irlandesi strattonavano infatti le redini dei calessi per portarli in giro durante il giorno, ma attendevano l’oscurità della notte per uscire a distruggere la loro proprietà. Secondo Burke la classe dirigente Inglese aveva sviluppato, nel corso dei secoli, pratiche e abitudini che avevano mortificato ineluttabilmente lo sviluppo di una qualsiasi affezione da parte dei propri sottoposti (ovviamente non tenne a mente Peterloo). In Irlanda, ad ogni modo, questo legame non riuscì a svilupparsi. E quando manca l’egemonia allora sarà necessario adottare al suo posto delle pratiche di coercizione fondate sul terrore.

Burke analizzava la dicotomia tra dominio ed egemonia in termini di genere. La legge era mascolina, mentre l’egemonia era la pratica utilizzata per renderla femminea, e quindi in qualche modo più suadente e sopportabile. Poiché l’imposizione funzioni è quindi necessario che si camuffi in abiti femminili. La legge è per Burke un travestito, sebbene rimanga nelle sue sembianze la traccia di un’orrida protuberanza. Nella sua visione, le donne posseggono la bellezza, mentre gli uomini possono aspirare ad essere sublimi e la più potente ed efficace forma d’autorità è quella che riesce a combinare questi due caratteri. Esattamente come farebbe una donna seducente, la legge deve cullarci in un dolce oblio e nasconderci le tracce del sublime terrore che in realtà la contraddistingue. Esattamente come accade per una divinità, il potere non può essere guardato ad occhio nudo; ma se l’osserviamo attraverso il velo dell’egemonia, riusciamo a trovare i suoi editti più accettabili.

Oltre ad essere uno dei primi teorizzatori dell’egemonia, Burke fu anche uno dei primi teorizzatori del sado-masochismo dal momento che i due concetti sono intrinsecamente legati, considerazione che potrebbe sorprendere Antonio Gramsci. Se arriviamo infatti ad amare la legge, secondo Burke, è perchè traiamo in qualche modo piacere dall’essere padroneggiati ed umiliati. Freud dirà più o meno le stesse cose un secolo dopo a proposito del nostro rapporto con il superego. Ma questo gusto per la sottomissione, in entrambi i pensatori, non può andare oltre. Se infatti la legge si spoglia delle sue vesti ammalianti e svela il suo vero, terribile volto, se insomma si trasformasse da un travestito ad un esibizionista, finiremmo per trovarla repellente e ci ribelleremmo. Il terrore dunque esplode quando l’egemonia crolla. E questo era, secondo Burke, quanto stava accadendo ai suoi tempi da Boston a Bombay.

Sigmund FreudSeguendo un proprio ragionamento, Burke fu dunque in grado di teorizzare quanto difficilmente qualsiasi politico occidentale sia tutt’oggi capace di ammettere: che l’unica soluzione al terrore è la giustizia, il che non va assolutamente travisato come un’espressione di sostegno a quella spaventosa forza sovversiva che recise brutalmente dal collo la testa di uomini e di donne innocenti. Al contrario, Burke figurò tra i più radicali accusatori di quella violenza quando le notizie delle esecuzioni si diffusero oltre la Manica. Piuttosto, la sua visione testimonia il fatto che Burke non fosse buonista rispetto al terrore, nonostante la sua condanna fosse irrevocabile. Fu coraggioso al punto da riconoscere che in qualche modo il terrore facesse parte della nostra esistenza quotidiana, esattamente come Freud teorizzò che il crudele, vendicativo potere del superego e il terribile impulso all’autodistruzione facciano entrambi parte di quella che egli definì come la psicopatologia del quotidiano. Il terrore è un evento straordinariamente mostruoso e moralmente osceno; ma è connaturato alla nostra stessa esistenza quanto il respirare. Solo affrontandolo e analizzandolo, piuttosto che reprimendolo, possiamo sperare di superarlo.

Se il concetto politico di terrore affonda le proprie radici nella Francia Rivoluzionaria, un elemento vitale tra quelli che lo caratterizzano dipende inevitabilmente dallo sviluppo di quegli eventi: il terrore inizia infatti come Terrore di stato, che è poi la forma entro la quale si è perpetuato più a lungo. Il terrore Giacobino infatti non fu il risveglio della violenza ad opera di una segreta congrega di fanatici contro lo stato quanto più l’attività di una segreta congrega di fanatici che rappresentavano in quel momento lo Stato. Il terrore ha dunque un impeccabile pedigree borghese.

L'esecuzione di Luigi XVIL’analisi di Burke fu sufficientemente acuta da riconoscere che alcune forme di terrore giacciono alla base degli stati politici. Alcuni stati segnano la propria nascita con atti d’invasione, occupazione, violenza, rivoluzione, e così via. L’ingresso della legge e dell’ordine sono pertanto preceduti da fasi prive di qualsiasi legittimità e ordine. Questo è un altro aspetto in cui terrore e vita quotidiana, intesa come vita sociale, sono intimamente legati: nella comune base di terrore da cui si generano, e non dai legami che caratterizzano la società attuale. La Rivoluzione Francese causò enorme imbarazzo proprio perché svelò questa verità in modo inequivocabile: dal momento che si trattava di un osservatorio su uno stato nella propria tumultuosa fase generativa, la rivoluzione lacerò il velo che copriva quella primigenia violenza, svelando un processo che è valido per la maggior parte degli stati moderni ma che viene emotivamente rimosso durante il corso dei secoli. Da questa prospettiva, l’aspetto più spaventoso del terrore giacobino non fu soltanto la sua sanguinosa ferocia ma il fatto, ben più grave, che rivelò il vero volto del suo principio ideologico. E questa fu verosimilmente la ragione per la quale Westminster ne fu così sconvolto.

La middle-class degli stati capitalisti contemporanei è particolarmente a disagio rispetto al bagno di violenza in cui si fonda uno stato. Questo si verifica proprio perchè questa classe, in misura maggiore di altre formazioni sociali, è in special modo devota alla pace, alla stabilità e alla sicurezza: è evidente come senza una simile cornice il capitalismo non sarebbe in grado di svilupparsi. È questo che li rende così desiderosi di accelerare il processo di transizione da banditi a banchieri. Quasi come un hippy che s’iscriva alla facoltà di legge, sentono l’urgenza di gettarsi il proprio increscioso passato politico alle spalle. Hanno bisogno di affidarsi al subconscio politico, di reprimere il peccato originale con il quale sono stati generati. Stati come Israele e il Nord Irlanda, a quali una fondazione troppo vicina nel tempo impedisce la realizzazione di un tale processo di rimozione storica, sono pertanto destinati ad un’esistenza problematica. Difficilmente infatti il loro assetto assume l’apparenza di un fenomeno naturale, inevitabile, giustificato dallo scorrere del tempo, come Dennis Skinner o la House of Lords.

D’altro canto, rinnegare la violenza da cui uno stato si genera è un compito estremamente arduo, e questo perchè quel potere furente continua a sopravvivere anche nel presente e, per ironia della sorte, sopravvive proprio nella sovranità politica. Il terrore perde quindi il proprio aspetto anarchico per sublimarsi, come direbbe Freud, in quel maestoso, minaccioso potere che noi definiamo legge e ordine. Esattamente come per Freud il superego e l’ego (le caotiche forze del subconscio) si trovano in un intimo rapporto d’interdipendenza, così paradossalmente il terrore e l’ordine sociale si sostanziano a vicenda. Il terrore cessa di esistere al di fuori della legge e diventa legittimo. Non si attua più sui ciottoli di Parigi, ma si nasconde alla pubblica vista all’interno delle prigioni e dei campi di tortura dei regimi rispettabilmente riconosciuti.

C’è poi un’altra modalità in cui il terrore sopravvive nella società capitalistiche. Burke sosteneva infatti che la competizione del mercato, animata da una lotta senza esclusione di colpi per il predominio, era essa stessa un riflesso della violenza su cui si fonda lo stato moderno, una forma di brutalità che sopravvive indiscussa al suo interno. Del resto, in assenza di queste energie dal carattere virile e aggressivo, lo stesso Burke paventava che la vita sociale avrebbe assunto dei fallimentari aspetti appartenenti esclusivamente al femmineo, votandosi pertanto all’annientamento per apatia e inerzia. Meglio dunque vigorosamente sublime, aspetto del maschile, che eccessivamente bella, risultato di un predominio femminile.

Karl MarxÈ evidente che non ci sia equivalenza morale tra il far saltare in aria una stazione affollata degli autobus e sbaragliare invece i propri avversari in borsa. Il punto è tuttavia, come Marx non cessò mai di puntualizzare, che la società capitalistica è di per sè il prodotto più rivoluzionario della storia umana. È in continua agitazione, trasformazione, movimento, in costante dissoluzione e ridefinizione di se stessa. Sotto il capitalismo, turbolenza e vita sociale d’ogni giorno non contribuiscono a fondare una narrativa scorrevole: prima ha luogo il furore rivoluzionario sul quale lo stato si fonda e in seguito interviene la tranquillità sedata della vita quotidiana. Al contrario, le due entità sono in realtà profondamente intrecciate tra loro e ciò significa che c’è sempre una spaventosa instabilità che agita il fondale della stabilità politica, instabilità della quale i nemici di uno stato possono servirsi all’occorrenza.

HegelHegel, contemporaneo di Burke, osservò esattamente questo: anch’egli assistette alla nascita della borghesia in Francia, e anch’egli intravide nella sua stessa essenza qualcosa di mostruoso e il nome che diede a questo terrore fu “assoluta libertà” o, come la definì, la Libertà del Vuoto. Le società borghesi vagheggiavano una libertà così pura ed assoluta da non poter tollerare né barriere né restrizioni. E quest’aspirazione, in un mondo naturale caratterizzato da limiti, era destinata a presentarsi come una forma di terrore. Alla fine, questa libertà assoluta divenne paradossalmente un ostacolo a se stessa e finì dunque per divorarsi da sola, esattamente com’era successo al terrore Giacobino. Alla fin fine furono gli stessi rivoluzionari a compilare i documenti che li portarono sul patibolo.

La libertà assoluta è destinata ad auto-distruggersi, sebbene la sua ferocia, ai tempi di Hegel così come oggi, continui ad infiltrarsi nella vita quotidiana delle società capitalistiche. Libertà assoluta significa libertà negativa: una libertà da qualsiasi forma di restrizione, che interpreta i limiti solo come ostacoli allo sviluppo dell’umanità, e non come un elemento costituente della stessa natura mortale. A mettere in pericolo il mondo, dunque, più che i cinici incalliti pronti ad affermare che nulla Ë possibile, sono piuttosto quegli idealisti dagli occhi spalancati che sostengono invece che tutto sia possibile. La maggior parte di questi ultimi è conosciuta col nome d’Americani. Quando gli antichi Greci s’imbatterono in questo tipo di blasfema iper-reattività, la chiamarono Hubris e alzarono gli occhi al cielo. E proprio dal cielo ha avuto la sua tragica risposta.

Les Enfants Terribles, AreneIl socialismo non aspira a raggiungere le stelle con un dito, quanto più a rammentarci la nostra fragilità e mortalità, e quindi la conseguente necessit&agl?rave; di appoggiarci gli uni agli altri. In contrasto con questa visione, l’aspirazione ad una libertà assoluta relega il mondo al ruolo di materiale grezzo manipolabile in qualsiasi maniera ci aggradi. È per questa ragione che il post-modernismo, o alcuni suoi aspetti, rappresenta l’ultimo erede di quella visione per la quale tutto è possibile. Per la smania consumistica che la anima, questa libertà senza compromessi rappresenta una virulenta forza anti-materialistica; perchè ciò che conta è soltanto l’elemento che resiste, che non si piega, e la libertà assoluta è impaziente nei confronti di questa resistenza al pari di quanto gli Stati Uniti lo siano nei confronti della resistenza in Iraq. Il mondo si riduce a materia grezza da modellare: il naso di Michael Jackson n’è un’icona simbolica. È soltanto quando questa materia grezza comincia ad includere persone e nazioni che l’aspirazione all’assoluta libertà diventa una mortale forma di terrore.

Nella maggior parte delle occasioni, questa bestia famelica che risponde al nome di libertà assoluta è tenuta al sicuro dentro una gabbia. È tenuta a freno da leggi, procedure, obblighi, regolamenti, i diritti degli altri. Ma il sogno di essere l’unico individuo al mondo (perchè è questo ciò che il concetto di libertà assoluta implica in ultima istanza) non si oscura mai del tutto, data la natura narcisistica dell’essere umano. Di tanto in tanto, questa follia che sonnecchia nel profondo del ceto medio, si risveglia. È come un isterico che riesca a sgusciare via dal controllo del suo guardiano e si lanci all’attacco. Ed è esattamente questo il modo in cui Burke vide i Giacobini, che finirono per essere assorbiti dal buco nero della propria sublime negatività.

Una delle immagini tradizionali dell’inferno è rappresentata da uno stato di eterna solitidine, un po’ come rimanere incastrati per sempre nelll?a desolazione di un bar. Ma è proprio questa condizione infernale che, incredibilmente, affascina alcuni teppisti e fanatici neo-conservatori all’interno della Casa Bianca. Non per loro stessi, chiaramente, sembrano tuttavia auspicarla per la loro nazione. La loro visione del paradiso è un mondo nel quale non esiste nulla di diverso dagli Stati Uniti, sebbene per altri individui questa prospettiva sia più infernale più che paradisiaca.
C’è inoltre un altro dilemma che, parimenti ai Giacobini, costoro non sono in grado di risolvere: ammesso riescano ad annientare e soggiogare qualsiasi resistenza incontrino, chi rimarrà a dirgli chi sono? Perchè l’autodefinizione è impossibile da realizzarsi in una situazione d’isolamento. L’identità implica l’alterità. E se si considera insopportabile l’alterità, la percezione di se stessi è destinata ad implodere gradualemente. Si rimarrà esclusi da qualsiasi forma di conoscenza, in primo luogo quella del sè.

La nazione che possiede basi militari in ogni continente è, non a caso, la meno avveduta dal punto di vista geografico, immaginando probabilmente che Malawi sia un personaggio della Disney. Come i Giacobini nella concezione di Edmund Burke, questa nazione è accecata da un eccesso della propria luce e alla fin fine è la sua stessa trionfante tecnologia ad annientarla, dal momento che i suoi nemici se ne appropriano e la usano per colpirla. Come l’avversario di un abile lottatore di judo, gli Stati Uniti sembrano intrappolati dalla disarmonia della propria potenza, ed è questo, non certo la debolezza, a determinarne in taluni casi la sconfitta.Ed è proprio tale processo, in cui il crollo è determinato dalla propria forza bruta, ciò che si sta verificando in Iraq mentre sto scrivendo.

Traduzione a cura di FF