Rita Portoghese

Marcia dei monaci buddhisti in Birmania/Myanmar

“Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. Con queste parole il Mahatma Gandhi esortava la popolazione indiana nella famosa “marcia del sale” del 1930 contro l’imposizione della tassa sul sale imposta dal governo britannico.

Ex-Birmania – 25 Settembre 2007. Continua la marcia di protesta dei monaci buddisti contro l’aumento del prezzo del carburante e le recenti leggi economiche imposte dall’attuale regime militare e dittatoriale di Than Shwe al potere ormai da decenni.

A distanza di ben settant’anni la storia si ripete uguale.

La marcia di protesta “pacifica” iniziata lo scorso 19 Agosto in una delle città più importanti del Myanmar (nuovo nome dell’ex Birmania attribuitole da Than Shwe), Yangon prosegue, e oggi a scendere in piazza non sono più monaci e monache buddisti, ma l’intera popolazione.

100.000 mila secondo alcuni testimoni e oltre 40.000 a Taunggok, (situata 400 km a nord ovest di Yangon) gli oppositori scesi in piazza oggi nonostante le minacce di polizia e organi di stato per fermare le dimostrazioni.

Funzionari governativi circolavano a bordo di camionette munite di altoparlanti, con i quali esortavano la popolazione a non partecipare più alle proteste. Avvertendo che in caso contrario le leggi in vigore consentono di ricorrere all’intervento dell’esercito per disperdere le manifestazioni.

Secondo alcune indiscrezioni della Burma Campaign UK (movimento per i diritti umani e la democrazia) la giunta birmana avrebbe ordinato circa 3000 tonache da monaco e avrebbe imposto ad alcuni soldati di radersi i capelli a zero. Questo lascerebbe intendere l’esistenza da parte del regime di un progetto di infiltrazione di forze di polizia mascherate, al fine di provocare e rendere violente le manifestazioni, in modo da poter “giustificare” eventuali azioni di polizia nei confronti dei manifestanti.

Nonostante si tratti di manifestazioni di natura non violenta, poliziotti in assetto anti – sommossa sono posizionati in luoghi ritenuti pericolosi, un esempio ne è la residenza del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Lo scorso 22 settembre infatti, il corteo ha potuto raggiungere eccezionalmente la residenza di Suu Kyi che solitamente è isolata dalle forze dell’ordine.

“Abbiamo visto Aung Suu Kyi uscire dalla sua casa. Indossava una camicia gialla. E quando è comparsa la folla ha iniziato a urlare ‘Lunga vita a Aung Suu Kyi'”, hanno riferito alcuni testimoni. La leader dell’opposizione non ha potuto rivolgersi direttamente ai manifestanti, ma è uscita in compagnia di due donne e si è messa a piangere salutando i monaci a distanza.

Aung Suu Kyi leader dell’ NLD (Lega Nazionale per la Democrazia), si trova agli arresti domiciliari da ben 12 anni all’interno della sua abitazione. Il premio nobel per la pace aveva conquistato l’80 % dei seggi parlamentari nel 1990, quando dopo ben 30 anni in Myanmar venivano indette libere elezioni. Ma il regime militare provvide subito alla proscrizione di tutti i partiti politici, soprattutto di opposizione.

Intanto la popolazione marcia creando ale di protezione attorno ai monaci e alle monache che attraversano a piedi nudi e in preghiera le città, innalzando bandiere raffiguranti un Pavone, simbolo dell’LND e non solo; si tratta di un esplicito richiamo alla cosiddetta “Rivolta 8888”.

L’insurrezione popolare dell’ 8 Agosto 1988 culminò con un sanguinoso colpo militare che portò alla creazione del Concilio per l’ordine e la pace nello stato (SLORC). Indimenticabile l’azione dei militari che aprirono il fuoco sugli studenti che attraversavano il ponte per difendere la democrazia.

Oggi 25 settembre si uniscono in piazza anche rappresentanti dell’LND.

A nulla potrebbe valere l’appello di Aung Moe Win, uno degli organizzatori della marcia, per voce della Radio Free Asia, dello scorso 3 settembre: “ Stiamo dimostrando pacificamente il malcontento del popolo”.

I generali Birmani arruolano gang di miliziani, per “non sporcarsi le mani” con gli attivisti, molti dei quali arrestati lo scorso 31 Agosto.

Si contano più di 100 arresti. Alcuni dei dissidenti avrebbero persino indetto uno sciopero della fame al fine di ottenere cure mediche a favore di un dimostrante ferito gravemente dalle milizie.

Diffuse foto, nomi e dati biografici degli attivisti anche in alberghi e luoghi pubblici affinché questi non abbiano scampo e vengano consegnati alle forze dell’ordine.

Queste misure di “sicurezza” non vengono attuate invece nei riguardi dei monaci, o meglio non sono più attuate nei confronti dei monaci dopo lo scorso 6 settembre, quando un gruppo di monaci avrebbe sequestrato e trattenuto per più di 5 ore, ben 20 funzionari governativi e incendiato 4 delle loro vetture, a seguito del ferimento di 3 di loro durante le dimostrazioni a causa di alcuni colpi di pistola sparati in aria per disperdere la folla.

I monaci considerati portatori della tradizione culturale e religiosa birmana, non sono soggetti ad azioni di prigionia nei loro confronti.

Al contrario si accusano i dissidenti in esilio in paesi limitrofi di fomentare le proteste in atto.

Nel Myanmar il concetto di democrazia e il riconoscimento delle libertà fondamentali dell’uomo rimangono un’utopia, almeno per il momento. Lo scorso 8 settembre infatti, 6 attivisti per i diritti dei lavoratori, i nostri sindacalisti, sono stati condannati secondo sentenza definitiva, tra i 20 e i 28 anni di reclusione.

Il governo italiano invita i membri della giunta birmana a sostenere dei corsi sui diritti umani, ma risulta piuttosto imbarazzante concedere dei visti quando c’è un embargo internazionale nei confronti del paese ormai da anni.

A nome del Governo italiano il Sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti all’Incaricato d’Affari dell’Ambasciata dell’Unione di Myanmar , Hlaing Myint, in un incontro svoltosi alla Farnesina ha chiesto all’Incaricato d’Affari birmano di trasmettere alla Giunta militare al potere in Myanmar la richiesta del Governo italiano di aprire un dialogo immediato con i monaci, con i membri della National League for Democracy e con tutta l’opposizione birmana e di non far ricorso ad alcuna forma di violenza nei confronti delle dimostrazioni pacifiche e non – violente di questi giorni.

Il sottosegretario ha inoltre protestato per i recenti episodi di repressione che hanno portato all’arresto di decine di manifestanti ed alle condanne arbitrarie di numerosi sindacalisti e oppositori del regime, reiterando la richiesta di libertà immediata del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, segregata agli arresti domiciliari, insieme al rilascio dei prigionieri politici detenuti in modo arbitrario. Vernetti incontrerà a New York, ai margini della 62° Assemblea Generale delle Nazioni Unite, lo “Special Adviser” su Myanmar del Segretario Generale, Ibrahim Gambari e il Primo Ministro del Governo birmano in esilio, Sein Win.

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha annunciato nuove sanzioni economiche contro la giunta militare birmana. Intanto la giunta impone un coprifuoco dal tramonto all’alba a Yangon, secondo quanto ha annunciato un altoparlante nella ex capitale del Myanmar.

Dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ Onu, la Cina ammonisce il Myanmar e invita ad agire correttamente nei confronti della popolazione in rivolta. La Cina ritiene essenziali “la stabilità e lo sviluppo” di Myanmar con il quale intratterrà rapporti economici per i commerci di gas naturale di cui l’ex Birmania risulta essere uno dei primi produttori al mondo. Uno degli ultimi consigli dell’Onu avrebbe visto la Cina porre il veto, bloccando una risoluzione proposta contro il paese vicino.

Nel frattempo la giunta militare annuncia che è stato compiuto il “primo passo”, su un totale di sette, verso la nuova carta della Costituzione del paese, sulla quale da 14 anni si sta lavorando con scarsi risultati. Non è tuttavia chiaro in cosa consista il completamento del “primo passo”, non si ha notizia dei successivi sette, né si prevede quando la costituzione sarà pronta.

Secondo gli ultimi aggiornamenti, un monaco sarebbe stato ucciso durante l’azione militare della polizia iniziata nella notte e ci sarebbero ben 17 feriti tra la popolazione. Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International, ha chiesto l’invio immediato a Myanmar di una missione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Mentre il premier britannico, Gordon Brown ha chiesto la convocazione urgente dello stesso Consiglio di Sicurezza.