Luca Leonello Rimbotti, da Linea del gennaio 2005

La diffusione della cultura, secondo la paletnologia, ha origine allorquando il popolo prende coscienza del proprio potenziale

archeologi di HimmlerDi solito, le storie della paletnologia dedicano un capitolo, più o meno esteso, per descrivere come la preistoria e l’archeologia, ad un certo punto, nel Novecento, vengano investite dall’ideologia. In Germania, agli inizi del secolo XX, la necessità scientifica di ricostruire i movimenti di popolazioni che erano avvenuti in epoca preistorica, portò ad approfonditi studi sulla diffusione della cultura, sui tipi di insediamento, sul cosiddetto “paleoambiente”. Negli anni Venti si affermarono numerosi studiosi e nuovi metodi di ricerca. Era naturale che, nel clima dell’epoca, ogni ricerca portata avanti dalle varie scuole nazionali, riverberasse una certa inclinazione alla messa in particolare valore dei metodi e dei livelli culturali di quel popolo, cui appartenevano le varie istituzioni scientifiche. Lo facevano i francesi, lo facevamo noi italiani, lo facevano persino i polacchi, che a loro volta rivendicavano alla Polonia il ruolo di sede originaria degli Indoeuropei.

Ma non si trattò tanto di una “nazionalizzazione” della preistoria, quanto dello spontaneo accento posto da ogni studioso sui tipi e sulle caratteristiche propri alla preistoria “nazionale” di cui si occupavano. Il tedesco Gustav Kossinna, ad esempio, tra i fondatori della moderna paletnologia e uno dei maggiori studiosi europei della materia, senza essere un fanatico nazionalista si trovò a operare per un rafforzamento dell’orgoglio nazionale germanico, allorquando i suoi studi lo portarono alla storica differenziazione tra Naturvölker e Kulturvölker: popoli rimasti allo stato di natura e popoli portatori di cultura. E, sulla scorta delle sue verifiche sul campo, inseriva gli antenati preistorici dei tedeschi per l’appunto in questa seconda e più prestigiosa categoria. Si inorgoglisse chi voleva: questi erano i risultati dei suoi studi. Alla conferenza di pace di Versailles, per dire di come anche l’antichistica sia un naturale supporto politico, la commissione tedesca d’armistizio – composta da socialdemocratici – si recò dai vincitori con un grosso incartamento di studi di Kossinna, dai quali si evidenziava come su grandi parti dei territori del Reich che si intendevano trasferire alla Polonia dopo la guerra, i tedeschi potessero vantare un “diritto storico” di possesso, dato che, documenti alla mano, avevano abitato quei luoghi (la Pomerania, l’Alta Slesia, la Prussia Orientale) fin dalle epoche preistoriche.

Queste non sono aberrazioni nazionalistiche, ma naturali tentativi di protezione della memoria storica e antropologica, che ogni popolo – e aggiungerei: ogni popolo sano – a giusto titolo avanza per corroborare i propri diritti all’identità. O non fa la medesima cosa ancora oggi Israele, allorquando sentiamo i suoi esponenti politici o semplici coloni rivendicare il diritto storico degli ebrei di insediarsi sui territori palestinesi, solo perché tremila anni fa, secondo la Bibbia, che notoriamente è un documento ebraico e quindi di parte, quelle zone erano da loro abitate? E non dovremmo forse noi italiani, a maggior ragione e in base a questi stessi argomenti – che trovano sostegno ancora oggi presso le più alte sfere del diritto internazionale – rivendicare, che so, l’Istria, la Dalmazia, la Pannonia oppure l’intero bacino mediterraneo, perché qui i nostri coloni romani formarono innumerevoli insediamenti, per di più ben documentati da giganteschi resti archeologici? Evidentemente, non solo la scienza tedesca di quel periodo rivendicava la sua storia, ma la stessa cosa a ogni scienza sostenuta dal potere politico (e la scienza è sempre sostenuta dal potere politico), compiendo il gesto storicamente ovvio di tutelare i propri diritti, giusti o discutibili che siano.

La Russia comunista – che avrebbe dovuto essere insensibile, in quanto “internazionalista”, a questi temi – non fu da meno: riorientò tutti gli studi di preistoria, li inquadrò nelle organizzazioni di Stato, proclamò bandita la scienza “borghese” e formulò, col famoso Evimenko, una teoria ideologica che finì col proclamare l’autoctonìa primordiale del popolo russo! Nei primi anni trenta, avvenne poi che in Germania gli studi sulla preistoria si saldarono con il Kampfbund per la Cultura Germanica, fondato nel 1929 da Rosenberg, nel quale confluirono alcuni tra i maggiori esperti ed organizzatori del settore. Tra di essi, lo studioso Hans Reinerth, che, dopo la presa del potere da parte dei nazionalsocialisti, cambiò la vecchia Società Germanica di Preistoria nella Lega del Reich per la Preistoria Germanica, un organismo perfettamente allineato al corso del nuovo regime. Di lì a poco, molti tra gli studiosi tedeschi di storia, preistoria e paletnologia, finirono con l’entrare direttamente in quell’istituto di nuova formazione che fu la Fondazione Ahnenerbe (eredità ancestrale), fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, consegnata a studiosi appartenenti alle SS e subito propostasi come organismo di punta, il più ideologicamente qualificato centro-studi sulle origini culturali e antropologiche del popolo tedesco.

Dico subito che, a mio parere, la politicizzazione della scienza non è cosa che possa scandalizzare oltre misura chi sappia come va il mondo. O forse si crede che i nostri istituti di cultura, le nostre università, i nostri centri di ricerca siano imparziali oasi di studio, e che non vi siano pressioni e condizionamenti politici, anche pesanti, da parte del potere “democratico”? Avete presente, per dire, quant’è imparziale l’Istituto Gramsci, sovvenzionato dallo Stato? E poi: cos’è la “ricerca pura”? Esiste qualcosa di non orientato, di non corretto da inclinazioni, convinzioni, interessi di uomini o gruppi? La “neutralità” della scienza esiste, o non è piuttosto una delle più grosse bufale della propaganda liberale? Esistono studiosi “liberi”, università “libere”? Credo di poter rispondere con un convinto e cubitale “no”, e ne converrà chiunque non sia troppo ingenuo. Ad ogni buon conto, a quanto pare la Ahnenerbe funzionò e funzionò bene, e in molti ambiti e con risultati degni di rilievo, aggregando studiosi di fama e lasciando quella traccia scientifica, che è impossibile far finta di ignorare per deferenza verso gli obblighi ideologici oggi egemoni.

È quanto sostiene Marco Zagni, autore del libro Archeologi di Himmler. Ricerche, spedizioni e misteri dell’Ahnenerbe, pubblicato dalla casa editrice Ritter di Milano, che si avvale della prestigiosa introduzione del professor Giorgio Galli. è un unicum editoriale, nel senso che in Italia mai prima era stato dedicato un intero libro alla Ahnenerbe, ma solo cenni o poche pagine all’interno di altri e rari studi, tra i quali, sfacciatamente, mi permetto di ricordare il mio libro Il mito al potere. Le origini pagane del nazionalsocialismo (edizioni Settimo Sigillo di Roma), nel capitoletto su La mistica SS.

La parte “viva”, per così dire, del lavoro di Zagni, riguarda la rievocazione del percorso innovativo battuto dalla Ahnenerbe nelle ricerche storiche, archeologiche, preistoriche e antropologiche. Quegli studiosi che collaborarono con le SS e con Himmler possono essere accomunati dall’idea che la storia mondiale avesse percorso strade diverse da quelle usualmente concepite: da qui, la concezione “catastrofista” (la Terra scossa da periodici rivolgimenti tellurici), la ripresa dell’ipotesi di Atlantide, l’idea di un primato indogermanico fin dalla preistoria, la teoria delle migrazioni, in base alla quale era possibile seguire passo passo gli spostamenti degli Indoari e verificare l’accensione da parte di costoro, ovunque nel mondo, delle prime scintille di civiltà: dai Sumeri al Tibet, dalla Mesoamerica fino al ciclo grecoromano. Vi furono spedizioni in varie parti del mondo, iniziative, approcci scientifici le cui risultanze sono ancora oggi al vaglio degli scienziati e che l’autore riconduce alle attuali esperienze dell’archeologia di frontiera: cosa che egli apprezza, al di là degli orientamenti ideologici di quegli spregiudicati innovatori.

La parte invece, sempre per così dire, “morente” del libro di Zagni, è quella in cui, seguendo un deplorevole trend divulgativo, si getta in un totalitario calderone newage tutto quanto attiene la moda del cosiddetto “nazismo occulto”: e qui, al solito, incrociamo Templari e Runologia, dottrina del Ghiaccio Cosmico e coppa del Graal, Catari e teoria della Terra Cava in uno scivoloso lunapark in cui lo stesso Galli è più volte barcollato in passato, dando troppo credito alla fantastoria.

Ma non importa. Del resto, l’autore, in ottima buona fede, ci dice subito che è un dilettante – pericolosamente seguace di Peter Kolosimo -, che ha lavorato per una prima divulgazione, che si augura nuovi approfondimenti per ognuno dei filoni da lui scandagliati e che insomma il nazionalsocialismo non deve far velo, con le sue malvagie inclinazioni, a ripercorrere le tappe di studi che si sono dimostrati, in più di un punto, validi e sostenibili. Tuttavia, un dubbio: riconoscimento scientifico o ancora operante fascino occulto di simboli, temi, idee, metodi e rappresentazioni di irresistibile e inconfessabile magnetismo? Non sarà che, a volte, tra svastiche, rune, mondi in rovina, fantastiche teorie di superuomini, lama tibetani e cavalieri medievali, qualcuno ci lascia le penne scientifiche e rimane incantato dalla fiaba? Ci fosse Himmler, probabilmente ci terrebbe a ricordare che lui e i suoi studiosi SS non erano sul set di un film di Hollywood, ma facevano dannatamente sul serio.