Paolo Gallori, Repubblica

Gribben, studioso di Mark Twain, cura un nuovo editing in cui il termine viene sostituito da slave, schiavo. Perché “ai lettori di oggi repelle la connotazione razzista di quella parola”. Ma altri esperti insorgono. “Non è colpa del romanzo, ma di chi lo insegna. Vogliamo cambiare anche Dickens per adattarlo al nostro metodo?”

Mark TwainIn Italia, i genitori più attenti correggono i loro bambini: “Caro, non si dice negro, si dice di colore”. Cosa che potrebbe anche far ridere il destinatario della descrizione: “Io di colore? Di che colore? Perché il bianco non è di colore?”. Negli Usa il politically correct è ovviamente in fase più avanzata. Accade così che un editore decida di ripubblicare un classico della letteratura americana dopo averlo attentamente purgato della parola nigger, negro appunto. Perché in quel termine è racchiusa tutta la storia della presunta superiorità del bianco sul nero, su cui tanta parte dell’America è stata forgiata in secoli di sfruttamento della schiavitù, fino alla Guerra di Secessione e alla successiva liberazione dei figli d’Africa deportati nel nuovo mondo. E, soprattutto, perché evoca il senso di colpa per il peccato originale di cui si è nutrita la più grande democrazia del mondo.

Oggi negli States si dà del nigger solo per offendere, un po’ di autoironia il termine la guadagna solo nel gergo dei rapper più stradaioli. Altrimenti si parla di black o meglio ancora afroamerican, per rivendicare l’origine di questa grande parte della popolazione statunitense. Non era così nel 1884, quando un nigger era semplicemente un nigger e Mark Twain diede alle stampe la prima edizione del suo Huckleberry Finn infilandovi dentro l’oggi scabroso epiteto per ben 219 volte. Insopportabile, per il dottor Alan Gribben della Auburn University di Montgomery, appassionato studioso di Twain che ha curato l’editing per una nuova edizione delle avventure dello sfortunato e coraggioso bambino del Sud, in cui la parola nigger è stata sostituita da slave, schiavo, e anche il termine injun, indiano, è stato rimosso.

Il libro viene pubblicato dalla casa editrice NewSouth, con sede in Alabama, dove motivano l’edizione “aggiornata” di Huckleberry Finn come la risposta alla tanta censura preventiva che ha portato il libro “in fondo alla lista dei classici di tutto il mondo”. Gribben, dal canto suo, spiega di essersi deciso a fare qualcosa dopo decenni di insegnamento dedicati all’opera di Mark Twain. “Leggendo il testo ad alta voce, avvertivo sempre più il disgusto per le connotazioni razziali evocate dalle parole dei giovani protagonisti del romanzo. Un impatto che invece di smorzarsi, cresceva sempre di più col passare del tempo”. “Possiamo applaudire Twain – aggiunge l’editor – per la sua capacità di registrare il linguaggio di una specifica regione durante uno particolare periodo storico, ma l’abuso di insulti a sfondo razziale portatori di distinte connotazioni di permanente inferiorità repelle i lettori del giorno d’oggi”.

Mark Twain non era di certo un razzista. Fu, anzi, un appassionato critico del razzismo americano, donò soldi alla nascente Naacp (National Association for the Advancement of Coloured People). E nello stesso Huckleberry Finn non mancò di ironizzare sul pregiudizio razziale. Ciò nonostante, il suo romanzo effettivamente ha pagato un prezzo in termini di popolarità e diffusione: negli anni 90 figurava al quinto posto nella lista dei libri più banditi o contestati negli Usa stilata dalla American Library Association, scivolando in 14ma posizione nel decennio successivo.

Ma questo, secondo altri punti di vista, non giustifica l’intromissione nel testo operata da Gribben. Per Sarah Churchwell, lettrice di letteratura e cultura americana alla University of East Anglia, “la colpa è dell’insegnamento, non del romanzo. Non puoi dire ‘cambio Dickens per renderlo compatibile col mio metodo’. I libri di Mark Twain non sono solo letteratura, sono anche documenti storici. E quella parola (nigger) è totemica perché codifica tutta la violenza della schiavitù. Nel libro, Huckleberry Finn all’inizio è un razzista in una società razzista, alla fine cambia e abbandona quella società. Alterare il testo vuol dire impedire al libro di mostrare lo sviluppo morale del protagonista”.

Lapidario anche Geff Barton, direttore della King Edward’s School di Bury St Edmunds. “E’ deprimente – afferma -, siamo diventati così facilmente scandalizzabili da non credere che i giovani sappiano distinguere il contesto di un testo. Arriveremo a insegnare anche una versione bonificata del Mercante di Venezia?”.