Renè Querin, LET Deputy Editor

Il giorno seguente al vernissage presso la BELB Library di Shankill Road, abbiamo l’opportunità di incontrare Andrea ‘Aska’ Varacalli, fotografo e tra i fondatori del collettivo Wat?! – Waterfront Artistic Troops.

La mostra “Belfaskating”, da cui sono stati realizzati anche 7 videoclip, sta andando bene. Questa appena inaugurata è la terza mostra aperta a Belfast, grazie anche al supporto del Belfast City Council, del Community Relations Council e dell’Unione Europea.
Come ti sei avvicinato alla fotografia?
Un attimo che ci devo pensare. Devo avere un’istantanea nella mia testa ma non ricordo come in effetti mi sia innamorato di questo media. È accaduto molti anni fa, c’era un bicchiere giallo; sai quelli di plastica dura che si usavano per i pic-nic? Ecco, avevo meno di dieci anni, una vecchia Canon tra le mani – mezzo formato! 17.5mm , non 36 immagini per rollo, ma 72! – e la dolcezza di mia madre mentre mi preparava una spremuta d’arance. Scattai un paio di Kodak della tovaglia sull’erba in montagna e naturalmente di tutti i commensali attorno al bicchiere giallo. Da allora non ho più smesso di bere nei bicchieri gialli.

Sei nato a Roma, ma sono ormai 14 anni che vivi stabilmente in Nordirlanda. Cosa ti ha dato questo luogo?
Tanto. Mi ha formato in mille modi come uomo e professionalmente. È stato facile fare all’amore con questo posto fin da subito. Adrenalina e rifugio, ecco il mio Nordirlanda. Probabilmente oggi ricevo meno scariche sulle mie gambe e meno proiettili di plastica, e non è nemmeno più possibile sentirsi bene da soli come anni fa. Oggi la giostra in Ulster è un’altra: più veloce e individualista. E credo proprio di essere saltato sul primo carrozzino al momento giusto. Perciò, continuo a vedere colleghi locali ancora un po’ storditi e confusi.

Da fotogiornalista dei Troubles ad esploratore della cultura giovanile di Belfast. È stato complicato avvicinarsi, integrarsi ed interagire con questi giovani?
No, affatto. Non saprei quanto possa esserlo magari per qualcun altro. Per quanto riguarda me, no. Ripeto tutto molto semplice.

“Belfaskating” richiama l’idea di dinamicità e velocità, concetti molto diversi dall’immagine cupa ed immobile rievocata nell’immaginario collettivo quando viene pronunciata la parola Belfast. Cosa accade nella città, lontano dai quartieri ancora divisi dall’odio settario?
C’è un’interessante volontà – o progetto – politica di mantenere salda e inequivocabile la divisione. Purtroppo ci sono ancora troppi fondi sociali per evidenziare questa peculiarità anche dove non avrebbe nessun senso.

I ragazzi ritratti in questa mostra fanno parte della nuova generazione, intenzionata a lasciarsi alle spalle gli anni più bui. Si notano tensioni all’interno del gruppo, quando si incontrano sul Waterfront?
Di natura settaria? No. Di matrice culturale? Si. Si, capita di picchiarsi tra goths e skaters, punk ed Emos. Ma ci sta, esattamente come già accadeva quaranta anni fa.

Osservando le immagini in mostra, si percepisce un attento lavoro di ricerca ed analisi. Come ti sei preparato per realizzare questi scatti fotografici?
Preparazione si, soprattutto tecnica. Ho congelato “Belfaskating” con una Rollei 6008 in 6×6. Due lenti, un grandangolo e una mezza. Quattro chili di ferro tedesco inseguendo delle tigri volanti. Uno strumento notoriamente glamour da studio invece rodato a pieno regime in strada. Un mese per intederci, poi è stata solo pancia sull’asfalto: si scatta.

Lavori con ragazzi che, ovviamente, non sono professionisti. Ti sei trovato bene con loro? Hanno risposto bene alle tue aspettative?
Molto. Sono in realtà molto fortunato di aver scoperto dei talenti come loro. Figli a mio avviso di una delle avanguardie contemporanee più efficaci in Europa. Il post-conflitto nordirlandese è la vera scena del veccho continente in questi giorni. Si. Hanno tutti risposto benissimo, ci siami capiti al volo e gli voglio un gran bene.

Ti sei lasciato affiancare da qualcuno del collettivo Wat?! nella realizzazione degli scatti o nella ricerca delle location più adatte?
Si. Parliamo quotidianamente degli stages e delle locations.

Come hai realizzato le immagini che compongono questa mostra? Da dove hai tratto l’ispirazione per realizzare un percorso simile?
La scelta di stampare in altissima risoluzione su canvas pittoriche nasce essenzialmente da due motivi. La necessità di stampare grande – 146cm il lato più piccolo – e avere allo stesso tempo un frame leggero. Colpito e affondato: siamo riusciti a trasportare su e giù per le scale, per esempio alla Linen Hall, questi giganti con estrema facilità. Poi il desiderio di riappropriarci di un media tradizionalmente conservato agli acrilici e all’olio. Riappropriarci? No, forse la nostra è stata è un’aggressione artistica.

Oltre alle immagini per “Belfaskating”, ho visto sul tuo portfolio online che hai terminato la realizzazione degli scatti per “Body Snatchers”. Mi spieghi il processo creativo di questa nuova serie di fotografie?
Ma la Brown non vi ha già risposto? Certo che voi di Let siete curiosi. Intanto Body Snatchers non è terminato, anzi. Quello che è visibile rappresenta poco più di un terzo della strada. Il processo di creativo di Body Snatchers in particolare è esploso dalla testa di Kaya, io mi sono limitato a dargli un po’ di forma. È melodramma Yakuza, sangue di lillà, le smorfie di Kitano e Park in una metropoli industriale nordeuropea. Bello, ci piace molto e ci diverte molto. Per molti aspetti sono anche sorpreso della potenza finale nelle immagini.

Sarà possibile vedere in mostra anche “Body Snatchers”?
Eh! Questo è un piccolo segreto! Non sarà stampato. Sarà viceversa un fascio di luce su una delle tele urbane più gotiche della città. Altro non possiamo dirvi per adesso.

Parlami dei progetti futuri. So che hai in programma un viaggio in Giappone, per studiare le attitudini giovanili nell’underground dark-gotico di Tokyo…
In realtà i viaggi in Giapppone saranno molti e corti. Se ne parlerà al termine di Body Snatcher e Nocturno.

Realizzare altri videoclip sulle culture giovanili?
Non ho tempo per montarli. Magari se mi ammalerò allora avrò la scusa di prepararne degli altri. Per adesso no.

Le tue fotografie sono impresse su pellicola. È il mezzo espressivo che preferisci?
Si e no. Mi sono formato professionalmente come un cronista, posseggo ben poco del concettuale o dell’idealista. Manderei ancora oggi un piccione viaggiatore per raccontare una storia se necessario.

Lavorando su pellicola, non puoi avere “seconde chance”. L’immagine deve essere perfetta fin dal primo scatto. Ritieni che tale medium sia maggiormente creativo e “professionale” rispetto alla fotografia digitale?
No, non direi proprio. Per alcuni aspetti relativi alla stampa finale magari si, perché un 6×6 ti garantisce 2 metri di lavoro praticamente “graneless”. Poi esistono delle imposizioni di carattere compositivo. E ecco allora che spuntano, vedi proprio per body snatchers, accanto al medio formato, scatti dal cellulare o da telecamere di sorveglianza.

Per realizzare “Belfaskating”, ad esempio, quante pellicole sono servite?
Un pò. Belfaskating è una produzione praticamente finale snodata su 1200 scatti. Un gran bel reportage.